Luca Beatrice
4 Way Street - Massimiliano Alioto, Agostino Arrivabene, Giorgio Ortona, Bernardo Siciliano
Palazzo Te, Mantova, giugno 2012
Nel giugno 1971 la discografia rock si arricchisce di un nuovo capolavoro live. Si tratta della registrazione dei concerti tenuti, nel giugno dell’anno prima, al Filmore East di New York, al Chicago Auditorium e al Forum di Los Angeles, dal quartetto più famoso della West Coast, che insieme aveva già pubblicato il fondamentale “Déjà Vu”. CSN&Y, questo l’acronimo del supergruppo formato da David Crosby, Stephen Stills, Graham Nash e Neil Young, corrisponde alla somma di quattro solisti, ciascuno già proiettato verso la propria carriera d’autore, che si uniscono spinti dalla comune passione per la chitarra acustica e per le atmosfere californiane. Pur risultando un insieme dal suono compatto e affiatato, i protagonisti sono già su quattro strade diverse. Tra i brani indimenticabili del doppio album, “Teach Your Children” scritto da Nash, la discussa “Triad” di David Crosby che parla di un triangolo amoroso, “Cowgirl in The Sand”, “Ohio” e “Southern Man”, autore Neil Young, il più celebre e acclamato anche fuori dalla superband. Non è la prima volta e non sarà certo l’ultima nella storia della musica che quattro assi si mettono insieme temporaneamente per mandare un messaggio che sia quasi un manifesto di una determinata sensibilità, di un sentire comune, di una vicinanza di intenti. Tutti caratteri che identificano un mestiere, una categoria, ma che non bastano a formare un gruppo compatto. Il destino è che ognuno vada da sé, ciascuno per la propria strada, appunto, per quattro strade diverse. Cose di questo genere accadono anche nell’arte. Anzi, un tempo succedeva più spesso perché l’idea che “l’unione fa la forza” prendeva vigore da esperienze vincenti come l’Arte Povera e la Transavanguardia, brand ancor più che etichette, buone sia per i manuali di storia che per l’esportazione a scopo affari. Successo di critica e di mercato. Sulla scorta di tali esperienze, ottime nel lanciare il Made in Italy oltre confine, si è sentita per molto tempo, almeno fino a quando si è ragionato in termini di arte locale, poi la globalizzazione ha imposto un altro sistema ben più ampio e articolato, l’esigenza di “fare gruppo”, perché insieme è meglio che da soli (sembra uno slogan pubblicitario, d’accordo). Ripercorrendo brevemente i principali ensemble pittorici del tardo novecento italiano –la Nuova Scuola di San Lorenzo e gli Anacronisti, il Nuovo Futurismo e la Pittura Mediale, l’Officina Milanese e la Scuola Palermitana, ma andando più indietro i Sei di Torino, gli Otto di Lionello Venturi, e poi Forma, il Fronte Nuovo delle Arti ecc…- ci accorgiamo di come la teoria dell’insieme non abbia portato fortuna a tutti in egual misura. Anzi, i più bravi si affrettano a prendere le distanze dalle seconde file, perché l’arte non è il paese della solidarietà o della fratellanza, ma quello della concorrenza spietata e dell’individualismo esasperato. In molti preferiscono l’idea del front-man, del solista, piuttosto che identificarsi in un nome comune: Peter Gabriel più famoso dei Genesis, Morrissey liquida gli Smiths, i fratelli Gallagher litigano e sciolgono gli Oasis, Damon Albarn, immerso in manciate di progetti paralleli, liquida i Blur. Ogni volta che capita l’occasione di una mostra che mette insieme o paragona un piccolo nucleo di artisti, il critico giustamente deve chiedersi: perché questi e non altri? Si tratta di una tendenza, di uno stile oppure di mera opportunità? Chi sceglie cosa? Chi si arroga il diritto di dire, eh no, tu nel gruppo non ci stai e tu invece entra pure? Negli anni Ottanta e Novanta queste operazioni andavano molto di moda, e chi restava escluso ci rimaneva male. Quante volte ho sentito dire: “non fosse morto improvvisamente Luigi Carluccio, alla Biennale nel 1980 ci sarei stato anche io”; oppure “dall’Arte Povera mi hanno eliminato perché il mio lavoro era diverso dagli altri”. Ci si può credere oppure no, ma insomma sono questioni che sembrano appartenere a un mondo molto lontano e distante dall’attualità. Perciò è necessario intendere questa mostra, che prende il titolo dalla suggestione del mitico doppio live di CSN&Y, non come una collettiva ma come la somma di quattro personali. Una sola cosa accomuna i nostri artisti: l’amore assoluto e incondizionato per la pittura. Il resto, sono davvero quattro strade diverse...
Giorgio Ortona. Caro diario
Non amo particolarmente Nanni Moretti, forse perché non apprezzo chi lo ha eletto guru di un pensiero farraginoso e snob, ma devo ammettere che la sequenza del primo episodio di “Caro diario” (1993) dove l’attore-regista gira in Vespa per Roma è una delle più belle del cinema italiano degli ultimi vent’anni (i maligni dicono trattarsi dell’unica sequenza in movimento lui abbia mai girato). E’ estate, la capitale semideserta e depurata dal traffico, lascia finalmente spazio ai pensieri e alle riflessioni. Si può girare a naso in su (è capitato più tardi anche a Gabriele Salvatores ispirato da Marco Petrus, il film è “Happy Family”), guardando i palazzi i cui dettagli normalmente ci sfuggono e ci appaiono allora di struggente bellezza, una bellezza normale, fatta di equilibrio e forma, la Roma umbertina dalla Garbatella a Prati, per poi spingersi verso Spinaceto e Ostia, scivolando così inevitabilmente nella Roma pasoliniana, negli anni Sessanta e nel rimpianto per la perdita della nostra innocenza. Giorgio Ortona ha una maniera molto delicata di rapportarsi con l’architettura della sua città d’adozione –è un apolide vero, nato in Libia come Mario Schifano il mito, e di radici ebraiche. Le sue visioni sono quanto di più lontano dalla pittura dei nonluoghi, il suo sguardo è intriso di localismo orgoglioso, è la Roma rosa di Mafai citata da Valerio Magrelli “davanti alle sue tele, c’è da credergli, persuasi da un’alchimia cromatica che giunge dolcemente a trasfigurare il reale...”, memoria di un dar colore raffinatissimo oltre il tempo massimo di cui, proprio per questo ci sarà sempre bisogno.